la bionda dixit – continua

“bionda lo sai che questa piazza è patrimonio dell’umanità?”
“ma cosa vuol dire che è patrimonio dell’umidità?”

“mamma se lì ci sono tutte le parole allora si chiama bocabolario perché le parole escono dalla bocca”

“mamma una cosa inutile a che cos’è che potrebbe servire?”

“mamma mercoledi quando vado da papà mi ricordi di portare la Barbie? No perché anche da papâ ne ho una e le voglio far conoscere”

“bionda però dobbiamo trovare una soluzione. La mattina siamo sempre in ritardo!”
“mamma è facile andiamo più tardi”

 

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carnevale 2013

Dai su diciamocelo. Dopo aver tagliato e cucito di tutto, compresi quattro Teletubbies e un aspirapolvere, una Minnie, un leopardo e una sirena, quest’anno quando mi ha detto mamma voglio vestirmi da poliziotta volevo dirle no senti ok che è carnevale e ogni scherzo vale ma poliziotta che zzo di costume è? cosa ti cucio io da poliziotta? la bocca? le manette? lo sfollagente?

Ho provato a virare su qualcosa di più classico. Ero quasi riuscita a convincerla per uno Zorro quando mi ha ribadito sì però io vorrei vestirmi da poliziotta.

Non amo le armi (le divise sì, ma immagino sia un altro rigurgito adolescenziale e non mi ci soffermerei oltre) e ho una relazione problematica (anche) con le forze dell’ordine però. E’ il suo Carnevale. Si deve divertire lei. Quindi. Lasciamo stare le questioni di principio e vediamo di farglielo, sto vestito da poliziotta.

MI è venuto in soccorso un amico che mi ha prestato una polo blu con la scritta d’ordinanza. Ma la posso usare, sei sicuro? Se ti fermano e fai il mio nome dico che me l’hai rubata. oh che risposta rassicurante, no? Ok se mi fermano e dici che te l’ho rubata dico che dici così perché non te l’ho data. Risate. Sipario. Se la poteva usare non so ma lo scoprirò presto.

Comunque. L’unico vero accessorio fondamentale da recuperare era una cintura bianca. Ora. Trovatemi una cintura bianca d’inverno e in tempi di saldi. Ma tanto poteva mancare nel mio armadio? Abbastanza tamarra da essere scambiata per una cintura di una divisa? Ovviamente no! Alé, sacrificata sull’altare del carnevale. Ciao cintura.

A questo punto è arrivata la parte divertente della creazione. Agganciare fodero della pistola, walky talky, binocolo e manette alla cintura. Yeah. E vai di moschettoni e pinza fustellatrice. Attrezzo meraviglioso. Quasi come la macchina per cucire.

Quindi, in sintesi. Anche quest’anno siamo pronti al gran finale. LaBionda è molto presa nella parte della poliziotta kattiva kon i kattivi. E mi ha detto. Mamma ma non farai mica il clown anche quest’anno vero? Tu sei la mia aiutante! Ok, tiriamo fuori il chiodo, il berretto nero di vernice da kattiva e che dio ce la mandi buona.

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con le sfumature di un acquerello

mamma lo sai che il primo quadrimestre le maestre non danno i dieci ma solo i nove vero?“. Pagella. Tutti nove. Giudizio globale: distinto. LaBionda si distingue. Ad averne, dicono le maestre, sorridendo e sospirando anche un poco, che la perfezione non esiste, quando aggiungono però si vede che è un ariete. Così almeno mi riferisce Sax. Che è andato lui a firmare, a vedere le maestre, a sentire come va LaBionda. Grandi dubbi non ne avevamo. I bravissima si sprecano. E’ brava, ordinata, a volte schizza come una pazza e si imbufalisce, ma impara velocemente. Le piace. E’ curiosa. Si fa le ricerche da sola. Che è tutto un mamma lo sai come cosa dove.

Senti passo di là alla fine del colloquio che è alle 19 così ti aggiorno però poi corro che devo cucinare per Davide, mi scrive Sax via sms. Digito, timorosa di un rifiuto, l’idea che mi è venuta. Volete venire qui a cena? E dietro miliardi di frasi non dette e pensieri e piccole ferite e ombre e sorrisi. Accolgo grata, e sorpresa, la risposta. Va bene grazie. Che no, non è così normale. Che è tanto che non li vedo più i ragazzi. Che non è passato così tanto tempo. Che chissà se. Che. E invece.

E quando arrivano LaBionda fa vedere il telefono grande a Davide (si chiama tablet amore e no, non telefona si va bene però è più grande di quello di papà) e Davide che le dice eddai fammici giocare e Sax che mi racconta orgoglioso di questa figlia testarda e dolcissima. che ad avercene, dicono le maestre.

E me lo dico anch’io. ad avercene spesso, di emozioni così. quando ti accorgi che il tempo ha dato sfumature d’acquerello a nove anni di passato, ed è bello da non poterlo dire, di stare lì a guardarlo, da dentro. con tenerezza. Nove anni di passato e un presente di sorrisi. E calore.

E quel senso di gratitudine che ti scoppia dentro. Come racconta lei che con quel nome lì come fai a non volerle bene. E quando la leggi di più. Perché a  volte le parole si specchiano e si riconoscono da lontano. Come le anime. Anche quando cambiano strada dopo aver percorso un pezzo di cammino con te. Ma non spariscono. Ti restano dentro. Ad arricchire quello che sei.

“mamma è stato bellissimo questa sera”
Sì. Lo è stato. Perché ci siamo tutti. Comunque e sempre. E LaBionda lo sa. Oggi un po’ di più.

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pensavo

è da novembre che non passo di qua. è l’unico posto che non s’impolvera, in fondo, questo. e come gli amici quelli veri mi aspetta. quieto. è che a volte le parole non bastano. o non servono. tu vivi e le parole, da lontano, osservano. sorridendo. le vostre sorridono? le mie, di parole sì, sorridono spesso. a volte scuotono anche la testa. come a dire ma guarda questa. come la vita. che mi sorride gioca si diverte ed è sempre lì, pronta. ad offrirmi un gancio un appiglio un apprezzamento inaspettato una frase che sembra una magia una carezza improvvisa un incontro.

io sono una che arrossisce. tantissimo. e i complimenti non è che li so proprio prendere mi sfuggono mi scappano li guardo come si guarda che so un neonato quando non ne hai mai preso uno. maèpiccolissimoeselorompo?. e così come per i complimenti (o gli apprezzamenti) per un’altra cosa arrossisco mi ritiro e resto sospesa e in silenzio (e io di parole ne uso tante tantissime io sono una eruzione di parole fidatevi). e sono i sentimenti e le emozioni.

eppure quando mi accade c’è una cosa che non riesco a trattenere di dire. una. una in particolare. ed è “sono felice”. che è una frase densissima che esplode come fuochi d’artificio e ti becchi tutti gli sguardi addosso. è più forte di me. a me accade. e lo dico. io sono spesso felice. frammenti di felicità. guizzi di luce. mica che dura in eterno. non è come il mascara che dura tutto il giorno così come lo metti (no  ame no a me si sbava anche quello, di solito, ma facciamo finta di nulla).

e io che ho poche pochissime certezze io riesco a sentire forte quando arriva e so, lo so con sicurezza, che riesco ad essere felice per un motivo semplice. che si racchiude in una parola di 11 lettere. una di quelle parole ancora fragili e che si vedono poco in giro. e questa parola è G R A T I T U D I N E.

io sono grata alla vita. mi ci affido mi ci perdo mi lascio portare. a volte è semplice. altre meno. e, semplicemente, lei mi porta mi guida mi accoglie. ricambia. permettendomi di sentirmi – anche – felice.

per gli incontri.
per le esperienze.
per le cadute.
per il coraggio di rialzarsi sempre.

per questa voglia nonostante tutto.

buon 2013 a tutti. (che una volta all’anno ci sta pure il post mistico-surreale, via)

tranquilli eh. appena riesco aggiorno pure le uscite della bionda che ne abbiamo di cose… 😀

 

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il regalo più bello non era incartato

no che non lo puoi sapere. anche se te l’ho detto. di sfuggita, così, come se le parole prendessero vita da sole. io mi sono fatta un regalo. l’altra sera. portando laBionda, sorridente e incuriosita, con quel vaso di roselline prese al volo. che son sempre di corsa io e nemmeno il tempo di un fioraio e pazienza, anche se a me in verità piacciono i particolari come il colore di quelle rose eppoi invece mi trovo arruffata come una gatta selvatica. e sì, dicevo. mi son fatta un regalo a vedere lo sguardo sorpreso e sorridente, luminoso, di tua mamma, novanta anni lucidi pronti da festeggiare (con te) in maglioncino di lamé e piega fatta di fresco.

che da qualche giorno pensavo alla mia nonna sai? che mi ha cresciuta lei mentre i miei lavoravano e i mesi in piemonte e le settimane al mare in appartamento e lei che ripeteva sempre se non ci foste voi io sarei morta quando è mancato il nonno. e pensavo a quei suoi ultimi anni nel letto. quando ti perdi i pensieri per non vedere la realtà che ti imbarazza e la dignità che non hai più, bisognosa di mani estranee e cure e attenzioni, e che sembra impossibile possa capitare proprio a te, che hai fatto anni a pedalare in bicicletta per andare a lavorare di nascosto, che il nonno non voleva, te che avevi quell’unica figlia troppo viziata da entrambi, incapace forse anche lei di diventare grande, come molti, come me, in fondo.

e a quella telefonata di un’estate di qualche anno fa, che se volete venire e a vederla abbiamo ricoverato la nonna ma non sappiamo se ce la fa che non riconosce nessuno. e io che sono affondata negli occhi di sax e gli ho detto possimamo andare? portiamo anche LaBionda? e il dubbio di doverci dare i turni e io che nemmeno sapevo se avevo voglia di vederla così.

eppoi arrivati lì ci siamo guardati e abbiamo detto dai, proviamo a entrare. e c’era lei, piccola e quasi trasparente in quel lettone bianco e quando ci ha visti entrare ha granato gli occhi chiari come quelli della bionda e ha detto ciao movida, ciao sax, ciao bionda. e noi ci siamo guardati. e a me è parso un regalo grande quello. e me lo porto dentro proprio lì, in fondo, dove tengo le cose più preziose.

e che avrei voluto festeggiare anch’io portandola a cena, la mia nonna, e invece no che gli ultimi anni lei li ha passati in un letto chiusa in una stanza e i discorsi che ci sono sotto sono tanti e non vale nemmeno la pena di spiegarli, che tanto non fa nulla, non cambia nulla no? ma è che era come un peccato non confessato, un rimpianto sospeso, un rimorso inespresso e così, quando ho visto gli occhi chiari della tua mamma aprirsi in quel sorriso, per quel vaso di roselline prese al volo, consegnato da una bimba bionda ignara ma contenta di far gli auguri di compleanno a “una nonna” è stato come se, finalmente, li avessi festeggiati con la mia, di nonna, quei novanta anni.

per questo è stato un regalo grande. difficile da spiegare. per me. che io, sai, coi sentimenti sono come la canapa tessuta a mano. grezza a ruvida, che si ammorbisce con il tempo. e piano piano tira fuori la sua trama morbida e fresca. dove, volendo, ci si sta pure bene. e le parole scritte, invece, sono un ordito perfetto. e forse è per questo che mi piacciono tanto.

(e un grazie a rosco66 che col suo post ha sbloccato il mio)

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le parol(acc)e tutte attaccate valgono di più

ma io ho paura. mamma mi accompagni io ho paura. no mamma ma io ho proprio paura. ora. va bene una volta. va bene due. che la risposta scontata banale e a pronto uso è ma non c’è nulla di cui avere paura. ma alla ennesima volta che mi sento sta frase e mi vedo LaBionda con i lacrimoni mi fermo. perché son giorni che me la sento girare sta frase. e allora le dico ma cosa ti fa paura Bionda. E lei mi dice ho visto un film da papà e io l’ho detto che mi faceva paura. uhm. prima di dare del cretinoimbecilledemente a gratis chiamo Sax. senti. laBionda mi dice che ha paura a girare per le stanze perché ha visto un film da te. mi spieghi cosa avete guardato? ma niente un film comico, una parodia, ma parecchio tempo fa. sì lo so ci sta marciando lo dice anche a me ma basta non farci caso che sennò poi non le passa più sai come sono i bambini. ok. e che film avete visto?

Scary Movie.

Bionda amore mio adesso vieni con me. ti tengo per mano. giriamo tutta casa. hai visto che qui è tutto normale, come al solito? bene. adesso vieni in cucina. sei pronta? facciamo un gioco. tu sei una domatrice di paure. ok? immagina che siano come delle leonesse. e tu le devi addomesticare. ok? ti devono obbedire perché sei tu la loro padroncina ok? allora adesso pensaci bene. prendi e vai. piano eh che le paure si addomesticano piano e ci vuole tempo. quando sei pronta vai in camera tua poi torna qui. sei pronta? vai!

mamma ce l’ho fatta hai visto? però non è che non ho più paura. lo so amore mio. ma guarda che diventare grandi non vuol dire non avere più paura sai ma imparare bene a fare i domatori di paure.

ma anche tu avevi paura mamma? eccome Bionda. quel monello dello zio una volta si è nascosto e mi fatto prendere uno spavento spaventoso, sai? così spaventoso che poi sai per quanto tempo avevo tantissima paura quando c’era una curva che non si vedeva di là o un angolo buio. eh ridi tu. guarda che facevano paurissima sai quegli angoli bui. ma no mamma, lo sai adesso che dietro agli angoli non c’è niente che fa paura. buona notte mamma. però grazie che mi hai acceso la lampada della notte.

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LaBionda dixit

Mamma io i cani maschi e femmine li riconosco dall’abbaio

settenne mora: “sai io ho la casa in montagna e una al lago e questa qui”.
LaBionda: “io ne ho quattro: quella della mia mamma, quella del mio papà, quella dei miei nonni e quella di mio zio”. .

Mamma ma per halloween posso fare la diavoletta?
(già perché il resto dell’anno invece. . .)

“mamma a me piace la matematica. E lo sai che c’è anche una cosa difficile che si chiama rete quadrata?”
“. . . Uhm . . . Forse radice quadrata, bionda?”
“sì quella. L’ho detto no che è una cosa difficile”

dal diario: si comunica che LaBionda durante l’ora di motoria ha dato un calcio a un compagno.
“Eh mamma ma stavano vincendo”.

“mamma io voglio diventare vegetariana”
“va bene Bionda e per merenda domani cosa vuoi”
” hm mi fai un panino col salame? Se hai anche prosciutto mettili pure tutti e due”

Mamma devi leggere una cosa sul diario l’ho scritta io per te: oggi mi merito una punizione e tu invece ti meriti un bacione perché quando ti dico mi sono lavata i denti non meli sono lavati. Scusa ti prometto che dorempoi meli lavero sempre

“Buongiorno Bionda come stai?”
“mi sa che ho il mal di mamma, mamma”

“A me non piace lavarmi i denti mamma allora ho deciso che penso che i denti sono io lo spazzolino sei tu che mi fai le coccole e papà è il dentifricio”

“Mamma senti come fischio” sì Bionda però guarda dove vai mentre pedali “mamma senti come scampanello” sì Bionda però guarda dove vai mentre pedali “mamma metto la marcia 3 perché questa non va bene” sì Bionda però guarda dove vai mentre pedali “mamma però lo sai che non ricordo tanto come si pedala?”

“Mamma non trovo più il pappagallino. Che sia volato via?”
(se avvistate un pappagallo di peluche dalle vostre parti avvisateci)

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sono nata nel posto sbagliato ma mi sto rifacendo

sai papà la mamma stasera mi porta al cinema e domani vado alla festadicompleannodellalice ma poi vado via presto perché dobbiamo andare da un’amica della mamma – dove andiamo mamma? a modena – ecco andiamo a modena la mamma ha detto che la sua amica è simpatica e l’amica della mamma ma lo sai che si chiama come lei ha anche detto che mi vuole proprio proprio conoscere eppoi dormiamo là sai?

che uno dice. ok. basta così. sintesi perfetta di un fine settimana.
che poi è vero. e invece.

è che poi ci sono le istantanee che si appiccicano negli occhi nelle orecchie nella pelle no, quelle che profumano di sorrisi e occhi che brillano e risate e bocche a oooo che non ne contengono la meraviglia.

che vai a vedere L’era glaciale 4 ed è uno spettacolo di risate e tenerezza.che vai alla festa di compleanno e ti fanno vedere i balli di gruppo e tu guardi sti caschetti biondi e mori dimenarsi tra risate e sculettamenti. e non sai se ridere o preoccuparti pensando cazzocomecrescono e intanto ridi che tanto anche se inizi a preoccuparti sculettano lo stesso.

che poi parti e macini strada e pianura e cascine e accarezzi con lo sguardo quel ritmo lento e pigro che si riconosce già dal profilo basso e morbido che mi assomiglia tanto e mi fa sentire a casa.

eppoi c’è che arrivi e non fai a tempo a parcheggiare che LaBionda dice mamma io adesso scendo che devo fare la pipì. e se ne va. si presenta così a una bellezza biondacheperòerarossa che si chiama come me che poi mi racconta ridendo: mi son vista arrivare sta folletta coi codini i collant coi cuori e le sneaker con le paillettes tutta convinta che mi ha detto ciao tu sei l’amica della mamma vero  io devo fare la pipì che mi scappa proprio.

eppoi arrivano un gigante buono, il sosia di baglioni ma più giovane, un angelo riccio e quattro bambini. e ti gusti le lasagne quelle vere che ma sì dai facciamo anche il tris e visto che ne avanza come si fa a dire di no. e chiacchiere e risate e vino rosso. e le creature perse in camera che tornano ogni tanto ma lui non gioca con me ma loro non mi vogliono ma adesso non potete entrare in camera perché ci dobbiamo dire le cose segrete e tu sai che è una magia quando accadono cose così. e te la godi.

e prima di addormentarsi LaBionda che si gira e ti dice mamma ma lo sai che avevi ragione la tua amica è proprio ma davvero simpaticissima. ma davvero domani andiamo a trovare di nuovo i bambini e hanno i cani?

e la mattina dopo il cielo squarcia d’azzurro e fai colazione in giardino mentre LaBionda dorme e appare improvvisa, che quasi batte mezzogiorno, piedi scalzi sguardo arruffato e sorriso stampato.

e cani e chiacchiere e risate e campi e cascine e la magia della batteria quella vera con tanto di grancassa e charleston e chitarre e armoniche e un sacco di altre cose che sembra di essere nel paese delle meraviglie.

e quell’energia buona. quella che c’è quando ti senti a casa. e ti resta dentro, addosso. come se ci fossi nata.

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a volte me lo chiedono

A volte me lo chiedono. E quindi? E quindi niente. Non li ho più visti. Ah.

Già. Non ci penso, in fondo. Non troppo almeno. Accade, ogni tanto, come quei riflessi che si trasformano in arcobaleni improvvisi eppoi scompaiono. Ho passato quasi nove anni assieme a loro e ho visto due bambini diventare quasi adulti. Cambiare espressioni, atteggiamenti. Li ho guardati con le carezze negli occhi. Li ho visti con i bisturi nello sguardo, a volte. Di loro ora conosco istantanee sospese, raccontate dalla voce di una settenne bionda che non racconta poi tanto. Che ha ben compreso, come comprendono bene i bambini, che sono due mondi ormai separati e che ad incrociarli ci si rischia di far male. Forse.

A volte me lo chiedono. E quindi? E quindi niente. Ma com’è?

E’ uno strappo. Ma ci sopravvivi. All’inizio sai che provi quasi sollievo? Non c’è più giudizio fatica dolore. Ma è quel sollievo fittizio quello che usa il cervello per proteggersi per intenderci. Poi arriva il vuoto. L’eco di quello che era e non è più. La tavola che resta vuota, con due piatti soltanto. La casa che resta silenziosa con due chiacchierone soltanto. La sera che è un pochino più fredda, i primi tempi. E anche il dolore arriva, a ondate. Ma c’era anche prima quando era solo un’idea. Ed era quel dolore lì che pensavi non sarebbe stato abbastanza piccolo per essere contenuto, per non travolgerti. Poi, invece, ci sopravvivi, sai?

A volte me lo chiedono. E quindi? E quindi niente. E adesso?

E adesso li penso. Comunque. E sono due piccoli arcobaleni che accarezzano pezzetti di me. E che accarezzo, da lontano.

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fuori dal coro

Guardo il tuo show che sembra un fuoco d’artificio, con gli occhi che brillano e i capelli che luccicano tutti di felicità e tu che sei parole parole parole parole e occhi e sorrisi e risate e domande e respiri (pochi) in questa cena non solo per due dove c’è chi ti sorride e ti guarda e ti parla e gioca con te e tu te la godi tutta. Al centro del mondo. E guardo dentro di me quella paura che a volte è come un’ombra che mi insegue, su quel tuo cercare sempre troppo lo sguardo e le attenzioni. Su saluti, arrivi e partenze, Su quel vuoto che può essere paura di essere abbandonata. Su quel tuo cercare sempre una figura maschile di riferimento.

E in un momento in cui tu, bionda esplosione di felicità, sei chissà dove chissà a prendere chissà cosa la confido a bassa voce, quella paura.

E resto sorpresa per la risposta.

E perché non potrebbe essere che lei, che è evidente che adora il papà e che sta bene con lui, si vede da come ne parla, da come lo racconta, cerchi di ricreare quello status di benessere che ha con lui con tutte le figure maschili che incontra?

Già, perché? La vita è strana e fa regali improvvisi, a volte.

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